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Antifemminismo, una posizione sempre più necessaria.

Il carattere socialmente contraddittorio dell’ideologia femminista è riducibile a un concetto: doppio standard. Fin dalla convenzione di Seneca Falls, passando per l’opera di Simone De Beauvoir “il secondo sesso” ed arrivando a quello che il femmismo è oggi, una delle caratteristiche essenziali di questa ideologia è stata l’utilizzo di “due pesi e due misure” in quella che è la lettura della società, della sua storia e delle sue contraddizioni. Nel femminismo non c’è spazio per gli uomini, per le classi o per le categorie, ma c’è spazio solo per le donne:  sarebbero infatti le donne la categoria rimasta indietro a causa di una storia di oppressione e schiavitù e sarebbero quindi loro le sole a necessitare di un percorso emancipativo di genere.

“La storia del genere umano è una storia di ricorrenti offese e usurpazioni attuate dall’uomo nei confronti della donna, al diretto scopo di stabilire su di lei una tirannia assoluta”
Seneca Falls convention – 1848

Questa lettura della storia, della società  e delle loro contraddizioni, porta l’attuale panorama politico, mediatico e giudiziario ( nel quale non esiste, per ora, una vera massa critica a questo mainstream ideologico) verso derive di criterio: come ad esempio manifestare grande indignazione per la prima donna condannata a morte negli ultimi 70 anni quando fino a ieri non si dedicava nemmeno mezzo sospiro alle migliaia di uomini che ogni anno subiscono la stessa condanna, come il ritenere più grave un gap sul salario medio a sfavore delle donne piuttosto che una maggioranza netta degli uomini tra i senza tetto, o come il pensare che sia prioritario usare risorse per incentivare l’iscrizione di donne (già diplomate) alle facoltà stem piuttosto che risolvere il problema della scolarizzazione maschile. Se da una parte, politica, magistratura e media, sono bene attenti a qualsiasi mancanza che la società presenta nei confronti del genere femminile, dall’altra sembrano essere totalmente passivi verso tutti i retaggi, le oppressioni e le discriminazioni, che ancora si perpetuano nei confronti del genere maschile.

Per questo motivo c’è bisogno, oggi più che mai, di una prospettiva che si opponga a questa unilateralità di visione e a questa parzialità di criterio. Autori come Warren Farrel (Il mito del potere maschile), Erin Pizzey (Prone to violence), Santiago Gascò Altaba (La grande menzogna del femminismo) e Fabrizio Marchi (Contromano, critica all’ideologia del politicamente corretto), hanno offerto la possibilità di assumere un nuovo punto di vista, un panorama critico ben fondato e in contrapposizione rispetto all’ideologia espressa (da oltre un secolo) dal movimento femminista e dalle sue autrici rappresentative. Una nuova prospettiva è indispensabile: è indispensabile tornare a parlare di violenza e non di violenza sulle donne, è indispensabile tornare a parlare di lavoro e non di donne sul lavoro, è indispensabile tornare a parlare di ogni forma di discriminazione e non solo di quella che riguarda la sfera femminile. Ma tutto ciò non sarà possibile se non si smantellerà (tramite un adeguato dibattito) quella che è la narrazione femminista, potendo così dirigerci verso una risoluzione delle contraddizioni che ne conseguono: come l’inclinazione a deresponsabilizzare femminile o quella volta a criminalizzare il maschile in ambito sociale, politico e giudiziario.

Sulla base delle idee espresse da alcuni degli autori sovracitati (oltre che di altri autori), sono nati e stanno nascendo molteplici movimenti caratterizzati dall’intento di proseguire la battaglia di emancipazione sessuale (iniziata dalle femministe), spogliandola però del principio sessista con la quale il femminismo l’ha fondata. Questa nuova prospettiva trova la sua maggiore espressione negli antisessisti MRA/WRA (Men’s Rights Activist/ Women’s Rights Activist), scivolando e spargendosi su diverse realtà della questione maschile (con quelle che sono le sue mille sfumature e divergenze). Ma un comun denominatore è presente a tutte queste realtà: ossia la critica alla narrazione storica e sociale del femminismo.

Il mondo si è sempre mosso in avanti: superando le contraddizioni e le obsolescenze, l’umanità ha ripetutamente spezzato le proprie catene. Ma non è un caso che le più rivoluzionarie tra le ideologie siano diventate, in seguito alla loro emersione, le più egemoni e opprimenti. Il femminismo non è da meno, nato dalle vestigia umanistiche della rivoluzione francese e cresciuto tra il positivismo e dopo guerra, esso ha cominciato a opprimere e discriminare subito dopo la sua ascesa negli anni 60 e 70, rendendo squilibrati la società, il sistema giudiziario e quello politico. Il crollo di questa ideologia sembra quindi essere inevitabile, ora ciò che rimane da fare è impugnare le armi ed alzare la voce, una sola domanda: siete pronti?

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